L’Ingiegniere

L’Ingiegniere è la figura più ambita tra quelle presenti in Cina. Tutte le aziende se lo contendono a colpi di bonus, benefit e promesse di portargli in Cina la Fidanzata.

Forte del suo solido diploma di istituto tecnico e della prestigiosa laurea in Ingegneria Gestionale, era ormai rassegnato a una carriera in un call center, quando una partita a tennis col nipote dell’Amministratore Delegato dell’Azienda gli ha aperto le porte della Cina. Il colloquio di assunzione, avvenuto in Italia, di norma ha il seguente andamento:

AD: “Caro ingegnere, vedo dal suo curriculum che lei ha un solido percorso di studi alle spalle. Ma una qualche esperienza di paesi esteri ce l’ha?”

Ingiegniere: “Sono andato spesso in vacanza al mare in Puglia. E poi … Ah sì: poi ho avuto anche una storia con una bella ragazza tedesca un’estate a Milano Marittima”

AD: “Bene. E, in particolare, ha anche qualche esperienza di Cina?”

Ingiegniere: “Certo. Vado spesso al ristorante Lago purpureo del monte di Giada a Pinerolo, dove ho pure portato la mia fidanzata, per festeggiare il secondo anniversario. Tra l’altro in quell’occasione ho litigato ferocemente col cameriere, per avere coltello e forchetta. Alla fine me li hanno dati, che diamine!”

AD: “Mi sembra proprio che lei sia la figura che stavamo cercando: ottima preparazione accademica, abitudine a un ambiente internazionale e multietnico e forte capacità decisionale. Bene: benvenuto a bordo, anzi, uelcom abord, come dicono gli inglesi”

Ingiegniere: “Grazie. Con l’occasione le chiedessi gentilmente se mi avrebbe salutato tanto suo nipote … sa, ci gioco qualche volta a tennis insieme”

AD: “Ma, scusi, perché non lo saluta lei stesso? È il Direttore del personale con cui firmerà il contratto. Tra l’altro, a questo punto, visto che siamo sulla stessa barca, direi che possiamo darci tranquillamente del Tu. Che ne dice, ingegnere?”

Ingiegniere: “Hai proprio ragione, papà.”

Continua a leggere

Pubblicato in Ritratti | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Il Sinofilo

Il Sinofilo è l’unico a essere in Cina per vocazione, visto che è laureato in Lingue Orientali. È contento, perché finalmente può mangiare un riso alla Cantonese fatto come Dio comanda e smettere di sbarcare il lunario, dando lezioni di cinese a portieri d’albergo o traducendo etichette di generi alimentari.

Figura ambivalente, che l’Azienda al tempo stesso ricerca e disprezza, il Sinofilo è ambito perché necessario, ma è schifato quasi fosse affetto dal virus Ebola, perché proviene dal mondo umanistico.

Viene di solito inviato come carne da cannone al momento dello startup dell’Azienda in Cina; gli viene fatta poca o nessuna formazione; viene lasciato due anni a dannarsi con l’esiguo bagaglio tecnico di cui dispone; cerca di portare a termine i progetti della casa madre; fa da cuscinetto linguistico e culturale con i locali; ai pranzi aziendali siede sul seggiolone al tavolo dei bambini; e soprattutto deve accompagnare a fare shopping l’Amministratore Delegato, quando viene in visita.

Poi un bel giorno, quando l’urgenza dei primi tempi da pioniere si placa e comincia la normale routine, quando l’esperienza sul campo ne farebbe un manager completo, in grado di lavorare in modo indipendente e di valorizzare il personale locale, l’Azienda matura la convinzione che è giunto il momento del Consulente, dell’Ingiegniere e della Fidanzata. Senza contare che l’Amministratore Delegato ormai ha già portato in Italia quattro valigie di puttanate elettroniche e scarpe tarocche e ha paura di essere beccato in dogana. E il Sinofilo viene rispedito in Italia a rispondere al telefono.

 

Pubblicato in Ritratti | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Il Consulente

Il Consulente è una figura esterna all’Azienda in Cina e è di passaggio. A memoria di chi scrive non è stato possibile registrare la presenza a lungo termine di un Consulente. Preferisce la trasferta di breve o medio periodo: di solito comincia preventivando al cliente una trasferta di un mese e poi si ferma per un anno e mezzo e bisogna allontanarlo a calci negli stinchi oppure assumerlo.

Riconoscibile, perché è l’unico a indossare giacca e cravatta nelle infernali temperature estive del Guandong, il Consulente dispone di notevoli caratteristiche professionali, che lo rendono fondamentale proprio per le aziende italiane in Cina: lavora per una delle maggiori società internazionali di consulenza e una volta ha invitato a cena a casa sua l’Amministratore Delegato dell’Azienda.

Per il resto, il Consulente non è mai stato in Cina.

Non si è mai neppure occupato di consulenza per aziende con lo stesso core business di quella per cui è in Cina ora.

Più nel dettaglio, non si è mai occupato prima di consulenza per la stessa funzione aziendale, per cui è stata richiesta la sua professionalità: se adesso si deve occupare di Produzione a Shenzhen, prima si era sempre e solo occupato di Contabilità nel Triveneto; se ora deve ottimizzare il Controllo di gestione a Beijing, in precedenza aveva fatto il consulente per la Logistica in Brianza.

Non parla cinese, ma ha appreso l’inglese grazie alle dispense de L’Espresso. Lo si sente spesso esclamare con l’inglese vai dappertutto.

Come detto, il Consulente è un professionista della consulenza. Ciò gli permette di raggiungere, durante la sua attività al servizio del cliente, numerosi obiettivi. Anzi, come ama dire lui: di smarcarli.

Ma vediamoli un po’ nel dettaglio: produce la quantità massima umanamente possibile di statistiche e di reportistica, che mai verranno esaminate dal cliente; le espone con estenuanti presentazioni in Powerpoint, alla presenza del personale espatriato – che nel frattempo riempie il bocco degli appunti di disegnetti e caricature del Consulente – e di quello cinese, che segue rigido con compunta attenzione, mentre si scaccola con tenacia.

Poi, dopo circa sei mesi dal suo arrivo, il Consulente sente che è arrivato il momento di consigliare al cliente di passare il prima possible da un manageriato espatriato a uno locale, se possibile manager di alto profilo di Hong Kong. (Al riguardo, vedi il racconto La solitudine del laoban. Ovvero: il ch’an e l’arte dello scarica barile).

È convinto della bontà di questa indicazione perché lui a Hong Kong c’è stato un sabato sera. Il margarita era ottimo, anche se si sente ancora a disagio per il trans che cercava di adescarlo in un bar di Wanchai. Quanto ai manager, sa con certezza che quelli di Hong Kong sono di alto profilo, ma al momento non ricorda se l’ha letto su Il sole 24 ore o su Donna Moderna. In realtà, gliel’ha sussurrato il trans di Wanchai.

Il Consulente addebita quante più cene possibile all’azienda cliente, visto che, con la sua, lui ha pattuito un rimborso forfettario. Per far questo, mette in atto la famosa strategia insegnata ai propri dipendenti dalle società di consulenza e detta Invito a cena con telefonata.

Essa consiste nell’intrufolarsi in una cena con i clienti, mangiando e bevendo come un caimano. Poco prima del conto ci si porta all’orecchio il cellulare, facendo ampi gesti a significare che è una telefonata importantissima dall’Italia, ma ci vorrà solo un minuto. Sempre gesticolando, ci si alza e ci si allontana verso i meandri dell’albergo oppure si esce in strada, nel caso ci si trovasse in un ristorante. Quindi si riappare il mattino dopo in ufficio.

Tranne nell’eventualità che il mattino dopo sia un venerdì. In questo caso, il Consulente si assenta all’improvviso, adducendo come scusa dolorose crisi intestinali dovute a quel cavolo di verdure cinesi … chissà con che cosa le lavano.

Nelle stesse giornate di assenza pagata dall’Azienda, è invece possibile osservarlo mentre si aggira per l’aeroporto, in partenza per un fantastico weekend nelle Filippine o in Thailandia. Oppure, in alternativa, lo si può incontrare negli stand della Fiera di Guangzhou, dove cerca di trovare un container di pupazzetti verniciati al piombo, da spedire a un suo cugino di Caserta.

 

Pubblicato in Ritratti | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Il Disperato

Il Disperato in Cina non ci voleva proprio venire. Poi, gli hanno fatto una proposta economica di tutto rispetto e lui ha accettato. Per la famiglia. Segna i giorni che passano, incidendo i muri di casa, come i carcerati, e di notte sogna il giorno in cui, tra due anni, tornerà definitivamente in Italia.

Il Disperato non sa l’inglese: di solito è un tecnico che parla quasi soltanto dialetto. Anche il personale cinese si è ormai rassegnato e in reparto si sentono volare certe bestemmie in perfetto bergamasco. Ma senza la erre.

Quando parte dall’Italia, stipa la valigia di scatolette di tonno, bottiglie di Biancosarti, mozzarella campana, forme di parmigiano e conserve fatte in casa. Odia la Cina più di quanto odi i verdi e i comunisti e, se si fa raggiungere dalla famiglia per pochi giorni, la tiene chiusa in casa, costringendo la moglie a estenuanti maratone culinarie, per recuperare i piatti perduti. Mangia di rado nella mensa aziendale e, nel caso lo faccia, solo pasta in bianco. È alta infatti la sua paura della Sars, dell’aviaria, dei metalli pesanti nelle verdure, del pesce col mercurio, della carne di maiale lasciata al caldo, delle patatine imbustate con strani composti chimici dentro, dell’acqua minerale taroccata, della frutta siringata con acqua di rubinetto, della mucca pazza cinese, del miele adulterato.

Tra gli espatriati è l’unico che soffra di ulcera. Ma, a sua parziale difesa, non ci stancheremo mai di ripeterlo: il Disperato in Cina non ci voleva proprio venire.

 

Due anni passano in fretta, perfino per il Disperato. Prima che se ne accorga, arriverà anche per lui il giorno del rientro in Italia.

Tuttavia, un’ultima e decisiva prova lo attende. La più difficile.

Al momento di tornare in patria, il Disperato perderà l’ultimo traghetto per l’aeroporto di Hong Kong.

Al passaggio del confine cinese via terra si accorgerà di avere il visto scaduto e verrà trattenuto per un’oretta dalla polizia.

Al controllo passaporti la sua scarsissima capacità linguistica gli impedirà di compilare il modulo d’uscita e lui sarà obbligato a chiamare un amico in Italia che gli traduca le voci dall’inglese. La lunga e costosa telefonata gli farà scaricare la batteria del cellulare.

La poca abitudine a viaggiare gli renderà molto difficile utilizzare quel mostro tecnologico che è la metropolitana.

Questi imprevisti saranno fatali e lui perderà il volo.

Poco male, Hong Kong è piena di alberghi e il biglietto aereo è ancora valido, basta pagare una piccola penale. Tuttavia, visto che è la prima volta che si trova all’estero, ha poca fiducia negli strumenti informatici e, soprattutto, è italiano, il Disperato viaggia senza carta di credito.

Così, all’una di notte, si troverà a vagare per una città sconosciuta tutto solo, muto, con pochi spiccioli in tasca e senza telefono. A dire il vero, non sarà solo: avrà con sé un valigione ricolmo di merce tarocca – che adesso pesa come quella autentica – e di bastoncini rubati nei ristoranti sotto lo sguardo basito delle cameriere.

Per consolarsi, deciderà di passare la notte a Wanchai, sicuro che peggio di così non potrebbe andare.

Tuttavia, il Disperato avrà torto anche su questo: lui non se ne accorgerà fino all’indomani mattina, ma l’affascinante ragazza che l’ha avvicinato – e con cui adesso scambia sorrisi complici mentre beve la sua meritata Heineken – ha il pomo d’Adamo un po’ troppo pronunciato.

 

Pubblicato in Ritratti | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

L’avventuriero

Anche se sembrerà strano, in Cina non ci sono solo 1 miliardo e 400 milioni di cinesi, ma pure un bel po’ di stranieri. Tra questi, naturalmente, diversi italiani: professionisti, tecnici, studenti. Tutti nel Celeste Impero per guadagnare un po’ di soldi, sbarcare il lunario, migliorare la lingua e, i maschietti, cercarsi la morosa.

Tra gli italiani che sono in Cina per lavoro è possibile individuare delle tipologie ricorrenti abbastanza caratteristiche.

Io mi sono divertito a farne dei ritratti, il primo dei quali è quello dell’Avventuriero.

L’Avventuriero è un manager quarantenne giunto a lavorare in Cina dopo essere stato rispettivamente in Romania, Turchia e India e aver cambiato otto aziende. Si arrangia a comunicare in sei lingue e sta bene ovunque si trovi. Dopo due giorni dal suo arrivo nella nuova azienda in Cina,

– conosce già i bar con le ragazze filippine più disponibili

– si è già iscritto al torneo di calcetto tra espatriati

– ha già mandato via il curriculum per una posizione in Vietnam.

La molla propulsiva dell’Avventuriero in Cina, oltre ai soldi, è indubitabilmente il sesso e vi inonderà di particolari sulle sue avventure al mitico Sesto piano. (Al riguardo, vedi il racconto Non lo fo per piacer mio, ma perché lo vuole il CEO. Ovvero: insomma, cosa vanno a fare davvero i manager italiani in Cina?)

 

Pubblicato in Ritratti | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

AAA cercasi ammobiliato

Ovvero: il fascino sottile della turca.

 

L’Azienda in Cina era stata molto chiara: due settimane di permanenza in albergo e poi via, cercarsi un appartamento. Marco, diligente, si recò presso un’agenzia immobiliare, che gli era stata consigliata come affidabile e a cui si rivolgeva gran parte degli stranieri della città.

La vetrina era zeppa di offerte in cinese, ma Marco si era fatto scrivere il nome del compound più frequentato dagli espatriati e aveva tutte le migliori intenzioni di prender casa lì. La ragazza era sorridente e ciò lo rincuorava: si stavano esprimendo praticamente a gesti e con pochi aggettivi urlati in inglese. Marco sapeva che l’italica abitudine alla gestualità gli sarebbe tornata utile, un giorno.

Continua a leggere

Pubblicato in Racconti | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

Prologo

Ovvero: quindi è vero.

Quindi è vero: è successo.

Ti è stato proposto dall’Azienda di trasferirti in Cina e tu hai accettato. Hai pensato fosse giunto il momento di entrare dalla porta principale nel grande giro. Di conoscere da vicino questo Moloch fonte di tutti i mali e sorgente di tutte le opportunità commerciali del ventunesimo secolo.

– Il futuro prossimo sarà cinese – hai esclamato – e non voglio lasciarmi sfuggire la possibilità di essere una rotella (ma con la R maiuscola) della Fabbrica del Mondo. Inoltre, è un’esperienza lavorativa che avrà un notevole peso nel mio curriculum. Se sei riuscito a farcela in Cina, puoi trovare lavoro dove vuoi.

Questo è ciò che hai detto a te stesso e a chi ti conosce. Ma, forse, i soldi che percepirai ogni anno e il rimborso spese su cui progetti di fare la cresta c’entrano un po’ con la tua decisione.

Continua a leggere

Pubblicato in Racconti | Contrassegnato , , , , , , , , | 7 commenti