Nema problema

Ovvero: la fatica di vivere con una volpe sotto l‘ascella.

 

Se c’erano delle cose che Giulia e Luca odiavano fare, certo le pulizie di casa erano in cima alla lista. Passare le poche ore libere del fine settimana ad aspirare la polvere o a passare lo straccio non rientrava tra le attività che avrebbero reso memorabile una domenica pomeriggio. Né contribuiva a ricaricare le batterie in vista della successiva settimana lavorativa.

La soluzione c’era. Semplice, economica e a portata di mano: servirsi di una donna delle pulizie.

Misero in moto le conoscenze e, dopo lunghe ricerche, trovarono una ayi, cioè una collaboratrice domestica cinese. Sarebbe venuta a fare le pulizie quel venerdì. Così Giulia avrebbe poi potuto dedicarsi allo shopping con Luca, il suo fidanzato, senza rimorsi derivanti da una casa che li attendeva lurida.

Buone referenze, aspetto serio e pulito. A suo dire, un passato di maestra. Quel venerdì la signora si era presentata a casa di Giulia e Luca con il suo carico di stracci straccetti e spazzolone. Naturalmente tutta roba vecchia e già usata chissà dove. Giulia, con esperienza, se ne era già procurati di nuovi e quindi aveva per lo meno scansato il pericolo di vedersi passare la cucina con uno straccio che aveva appena asciugato una turca.

Aveva spiegato alla signora che le interessava soprattutto che pulisse la cucina e il bagno e desse una passata alle finestre impolverate. Aveva aggiunto qualche particolare su come desiderava che procedesse per le pulizie ed era uscita di corsa, per recarsi al lavoro.

Scesa dall’ascensore e fatti pochi passi, si era però accorta che, per la fretta di non perdere la metropolitana, si era scordata a casa il cellulare. Maledicendo la propria dimenticanza, era tornata indietro ed era rientrata in casa.

L’ayi era seduta sul divano intenta a guardarsi una soap opera. Fu in quel momento che a Giulia, per la prima volta in vita sua, parse distintamente di scorgere il musetto di una volpe spuntare ammiccante da sotto l’ascella sinistra della signora. Si stropicciò gli occhi incredula, ma l’animaletto era ormai sparito.

L’ayi le spiegò – paziente e comprensiva nei confronti di questi stranieri esagitati – che stava aspettando che l’acqua si scaldasse e aggiunse:

– Ok ok ok … nessun problema: quando torni stasera è tutto pulito.

Giulia recuperò il cellulare e uscì di nuovo, fiduciosa che al suo rientro avrebbe trovato la casa a posto, anche se non aveva sentito alcun rubinetto aperto.

Quando in serata tornò a casa, non vide nessuna traccia dell’ayi. Mentre la cercava, Giulia diede un’occhiata al suo appartamento finalmente pulito.

L’ayi era alta circa un metro e cinquanta. Di conseguenza aveva ritenuto opportuno pulire solo fin dove l’estensione del braccio le avesse consentito. Giulia cercò di scavare nei suoi ricordi scolastici, ma purtroppo tra le grandi invenzioni cinesi le vennero in mente solo la polvere da sparo per i fuochi d’artificio e la seta per gli abiti. Nessuna traccia della scala per salire più in alto.

La cappa dei fornelli era pulita a metà con un grazioso gioco di nero e grigio. Delle otto finestre dell’appartamento, la signora aveva lavato solo quella del salotto. Giulia, di statura abbastanza alta anche per un’occidentale, avrebbe dovuto chinarsi per guardare fuori.

Riproponendosi di cercare di scoprire se per caso il cestista Yao Ming avesse una sorella che faceva servizi, cercò la signora per farci due chiacchiere, ma in salotto non c’era. Probabilmente la soap era finita e il telegiornale mostrava le solite immagini del Primo Ministro mentre stringeva mani e baciava bambini.

La trovò, invece, in bagno. La porta era aperta e Giulia sentì l’acqua scrosciare. Fece per entrare, ma si fermò giusto in tempo con il piede a mezz’aria.

Il pavimento del bagno era coperto da cinque centimetri d’acqua. L’ayi stava aspettando che essa defluisse dal foro di scarico posto accanto al water. Con le sue ciabatte di stoffa ai piedi, era dentro il vano della doccia. Come un tenero Grisù che sogna di fare il pompiere, col doccino stava innaffiando con cura e abbondanza pareti e finestrella del bagno. Tendina compresa. Tra i vapori Giulia scorse ancora una rossa coda di volpe spuntare bagnata dall’ascella della signora.

 

Luca, per sua fortuna, quel venerdì mattina era uscito presto e si era così risparmiato lo spettacolo della casa allagata.

Aveva dovuto recarsi a controllare la prima produzione da un fornitore. Si trattava di aste di metallo che andavano verniciate di un colore particolare. Il cliente era stato molto preciso al riguardo. La spedizione, al solito, era urgente.

Arrivato dal fornitore, aveva trovato gli scatoloni già chiusi e sigillati ermeticamente con quattro giri di nastro adesivo. Chissà perché, ogni volta che era d’accordo con un fornitore per effettuare un controllo qualità, trovava la merce protetta e inaccessibile come le casseforti blindate di Fort Knox. Maledicendo in cuor suo l’usuale cortesia di questo popolo dalla cultura millenaria, Luca se ne era fatto aprire uno a caso.

Mentre il fornitore procedeva all’apertura, a Luca era sembrato di vedere un ciuffo di pelo rosso – una volpe? – muoversi freneticamente dall’ascella del cinese. Stava per chiedere cosa fosse, ma il fornitore l’aveva interrotto dicendogli:

– Ecco fatto: controlla pure.

Aveva confrontato con attenzione i pezzi del fornitore con l’asta campione che gli aveva inviato in precedenza. Niente da dire: il colore era identico. Era la prima volta che i dettagli venivano azzeccati al primo colpo.

Stava per firmare la conferma dell’ordine definitivo, quando si accorse di un piccolo grumo di vernice sull’asta campione. Accidenti ai suoi colleghi italiani: ma come avevano fatto a mandargli un pezzo così mal rifinito? E poi avevano il coraggio di lamentarsi della qualità dei fornitori cinesi.

Si fece dare un taglierino, per eliminare quel difetto ironicamente presente proprio sul pezzo che avrebbe dovuto fare da riferimento.

Il fornitore non parve molto felice della richiesta. Forse temeva che Luca si sarebbe tagliato. Magari, questo occidentale pasticcione non aveva neanche la vaccinazione antitetanica. Lo sguardo preoccupato del cinese era eloquente: chissà se nel suo lontano paese dal nome buffo avevano questi prodigiosi strumenti di metallo o se dovevano ancora operare con schegge di selce.

Dopo un quarto d’ora di contrattazioni, Luca ricevette il taglierino.

Col grumo venne via anche un pezzettino di vernice intorno. La superficie così esposta, anziché essere di puro metallo, era verniciata. Il colore era simile a quello giusto, ma di una sfumatura leggermente diversa. Il fornitore aveva verniciato col suo colore anche il campione: ecco perché la produzione era perfetta.

Luca protestò col cinese, che gli rispose subito:

– Ok ok ok … nessun problema. Li riverniciamo col colore che preferisci. Peccato, però, perché questo è più bello.

Il musetto serio e professionale della volpe era sbucato di nuovo da sotto l’ascella del cinese. Si muoveva su e giù facendo segno che appoggiava in pieno la mozione.

 

Luca tornò a casa e trovò la sua fidanzata distrutta sul divano, in preda a un’evidente crisi di nervi. L’esperimento dell’ayi si era rivelato meno vincente del previsto. Giulia aveva dovuto passare due ore a convincere la signora ad asciugare per benino tutte le impronte bagnate che, come Pollicino, aveva lasciato per casa. Le più difficili da eliminare si erano rivelate proprio quelle delle misteriose zampette.

Quel venerdì sera Giulia e Luca avevano discusso a lungo di quella strana faccenda delle apparizioni volpine. Dopo arditi ragionamenti, avevano infine concluso che non poteva trattarsi del furbo animaletto in carne e ossa, ma che erano, certo, allucinazioni dovute allo stress. Si erano riproposti di prendersi quanto prima qualche giorno di vacanza ed erano andati a dormire, sicuri che lo shopping, che intendevano fare l’indomani, li avrebbe rilassati e ricaricati.

La mattina dopo, Luca e Giulia avevano raggiunto con calma l’affollato centro commerciale. Curiosi di vedere se ci fosse qualche nuovo arrivo per l’estate ormai alle porte, avevano cominciato per prima cosa dai posti di fiducia.

Giulia parlava un buon cinese ed era dotata di una discreta abilità nel contrattare. Fino a quel momento era riuscita a ottenere per entrambi prezzi minori anche di due terzi rispetto alle richieste iniziali. Lo sforzo le era costato due pacchetti di sigarette fumate in un bagno di sudore, ma ne era valsa la pena.

Come sempre in queste occasioni, le ore erano passate veloci, senza che i due avessero coscienza del trascorrere del tempo. Erano arrivati nell’enorme palazzo denso di negozi in tarda mattinata. Ora erano le quattro del pomeriggio, ma ne avrebbero avuto per un’altra oretta almeno.

Carichi di borse di plastica, si fermarono davanti a un negozietto di abbigliamento tarocco, mai visitato prima.

– Belle queste magliette – disse Giulia.

– Sì – rispose Luca – ma il cotone mi sembra un po’ sospetto. Senti come è elastico.

– Ma lo sai che hai ragione? No, meglio evitare. E quelle lì col marchietto della Diesel sul davanti? Come ti sembrano?

– Carine, prova un po’ a sentire se hanno la mia taglia.

– Facciamo prima se chiedo direttamente che ti facciano provare la più grande che hanno.

– Mi sa che è meglio. Senti se c’è XL. Anzi, una XXL.

Giulia chiese al titolare del negozietto se aveva una XXL nera.

– Ok ok ok … Nessun problema, ma guarda che per lui è meglio una XXXL – rispose il cinese

– Non sarà troppo grande?!

– Nooo, tutti gli stranieri prendono sempre quella taglia.

Giulia meditò su questa categoria dello spirito, popolata di stranieri tutti con la stessa taglia, ma intanto il titolare aveva già estratto quella di Luca da un pacco di magliette impilato per terra. Con aria paterna e comprensiva nei confronti di questi stranieri che non solo non avevano gusto nel vestire, ma neppure conoscevano le proprie misure, gliela consegnò. Luca ricevette la maglietta. Il camerino, in quel bugigattolo di tre metri per due, naturalmente non c’era, così si dovette togliere la camicia en plein air. Ma tanto c’era abituato.

Non aveva ancora infilato il braccio nella seconda manica, che il titolare commentò subito:

– Ti è perfetta, stai benissimo. Quante ne vuoi?

La scritta Diesel gli si gonfiava all’altezza della pancia e la maglietta gli scendeva quasi fino alle ginocchia. Luca non era proprio sicuro della propria incolumità, se avesse girato per i bar con quella specie di minigonna. Perciò fece chiedere a Giulia di poter provare una taglia in meno.

– L’XXL gli è troppo stretta, questa va più che bene, non lo vedi? – disse il negoziante con tono deciso e professionale.

– Scusa, se insisto, ma vorrei una taglia più piccola nello stesso colore: ce l’hai o non ce l’hai? – rispose Giulia.

– Ok ok ok … Nessun problema. Ce l’ho. Aspetta un attimo.

E si recò nel retrobottega, portandosi la maglietta.

Appena l’uomo voltò loro le spalle, a Giulia parve di scorgere una coda rossa scodinzolare da sotto l’ascella del negoziante, ma, prima che potesse aprir bocca, l’uomo era già sparito dietro l’angolo.

Per i successivi dieci minuti la sua testa fece capolino a intervalli irregolari ogni venti o trenta secondi. Prima verificava la posizione di Luca e Giulia, poi guardava la merce appesa, come se stesse controllando che i due stranieri non si rubassero la preziosa mercanzia, quindi rituffava la testolina dietro la parete e tornava a trafficare.

Luca e Giulia si chiesero quali dimensioni potesse avere il magazzino sul retro del bugigattolo. Di sicuro era gigantesco, visto quanto ci stava mettendo il negoziante. Fantasticarono su questo paradiso sterminato del tarocco e sognarono di poterci vagabondare, liberi di pescare un jeans qui, una maglietta là, magari qualche CD o una finta Montblanc.

Il titolare spuntò con una maglietta dello stesso colore. La consegnò a Luca che se la infilò. Era identica alla prima. Giulia chiese:

– Ma sei sicuro che sia XXL?

Senza aspettare risposta, Luca si sfilò la maglia e controllò l’etichetta. In effetti, c’era scritto XXL. Possibile che la fabbrica avesse sbagliato? Fece più attenzione e si accorse che il tagliandino aveva un’aria un po’ sospetta. Era asimmetrico, più corto e con il bordo sinistro irregolare. Svelato l’arcano: il negoziante aveva sforbiciato la prima X, sperando che anche la maglietta si sarebbe rimpicciolita come per magia.

– Ma avevi detto che c’era! – Protestò Giulia

– Certo che ce l’ho … verde.

– Ma noi la vogliamo nera: ce l’hai nera?

– Ok ok ok … nessun problema: eccola qui.

E tirò fuori una maglietta nera col musetto di Hello Kitty.

Giulia per un breve momento ebbe la netta impressione che da sotto l’ascella del negoziante spuntasse ancora una rossa coda volpina scodinzolante. Ma poi si disse che non poteva trattarsi che di un’ennesima allucinazione dovuta allo stress. Questa volta stress da shopping.

 

Giulia e Luca finalmente uscirono dal centro commerciale, portando a fatica pacchi e pacchetti.

Lo shopping non si era dimostrato rilassante come avevano sperato, ma avevano un ultimo negozio in cui recarsi, prima di fare ritorno a casa.

Fermarono un taxi e mostrarono all’autista il biglietto da visita con su scritto l’indirizzo. Il posto era un po’ fuori mano e quindi Giulia, a scanso di equivoci linguistici, preferiva essere sicura che il tassista capisse.

Il tassista lesse il biglietto e disse loro con un sorriso rassicurante:

– Ok ok ok … nessun problema, conosco il posto.

Li fece salire e restituì il biglietto. A Giulia sembrò ancora una volta di vedere il musetto a punta di una volpe fare capolino da sotto l’ascella dell’uomo. Guardò meglio, ma nella penombra del taxi non vide più niente.

Partirono.

Dalle informazioni in loro possesso, il negozio – un vero e proprio paradiso dell’elettronica – doveva distare non più di una decina di minuti. Perciò Luca e Giulia cominciarono a chiacchierare tranquilli, facendo mente locale su cosa avrebbero cercato.

Ogni tanto gettavano lo sguardo al paesaggio che scorreva al di là dei finestrini. Si stavano allontanando dal centro cittadino. I palazzi erano sempre più bassi e le automobili sempre più rare.

Dopo una ventina di minuti, Giulia chiese al tassista quanto mancasse ancora.

– Siamo quasi arrivati – Rispose l’uomo.

– Ma è sicuro di conoscere il posto? – Incalzò Giulia.

– Nessun problema: ti ho detto che lo conosco.

Passata mezzora, il taxi continuava a correre. La zona non sembrava affatto ospitare negozi, tanto meno paradisi dell’elettronica.

– E allora? – Chiese Giulia – Manca ancora tanto?

– Siamo giusto arrivati – Rispose l’autista.

E fermò il taxi.

Luca e Giulia si guardarono intorno. Al loro sguardo si mostravano solo un 7 eleven e un finto negozio di parrucchiera. Le finte parrucchiere erano sedute accanto a finti caschi da parrucchiera. Sgranocchiavano veri semi di zucca, mentre attendevano veri clienti per un vero masàgi.

Né Luca né Giulia avevano fame o sete. A onor del vero, Luca per un istante pensò di chiedere quanto costasse un finto shampoo, ma lo sguardo di Giulia lo richiamò all’ordine.

– Ma non è questo il posto giusto! – Gridò Giulia, infuriata.

– Come no? Qui è esattamente XYZ! – Rispose piccato il tassista.

– Ma sul biglietto è scritto ZYX! – Gli urlò Giulia, porgendoglielo di nuovo – Sai leggere?

– Certo che so leggere – Disse il tassista. E diede un’altra controllata al biglietto.

– Ah … è vero. Ma è perché sei straniera e quindi non capisco bene il tuo buffo cinese. Ok ok ok … nessun problema: è a soli dieci minuti da qui – E ripartì.

Corsero per altri venti minuti, nel corso dei quali Giulia continuò a incalzare il tassista. La risposta era sempre un rassicurante:

– Ok ok ok … nessun problema, adesso arriviamo.

Ora stavano correndo in un’area più centrale, dall’aria civile e popolata di taxi. Il tassista aveva cominciato da un po’ una lunga conversazione al cellulare con un probabile collega. Per la sfortuna dei due italiani era evidente però che quest’ultimo doveva trovarsi in un’altra città e nulla conosceva delle vie di Pechino, perché il tassista non pareva per niente soddisfatto delle risposte. Ormai guardava sempre più spesso fuori dal finestrino con aria perplessa, mentre urlava le sue richieste di suggerimenti. A un incrocio accostò e chiese lumi a un signore in bicicletta. Dovevano essere leggermente fuori strada, visto che, per tutta risposta, il ciclista si passò una mano tra i capelli ridacchiando. Quindi regalò ai due stranieri seduti sul sedile posteriore un’occhiata significativa: li aveva certo scambiati per due ricchi eccentrici, venuti apposta in Cina a passare i pomeriggi girando in taxi per vie scelte assolutamente a caso. La stessa impressione dovevano avere anche le numerose persone che nel frattempo si erano avvicinate al taxi e commentavano incuriosite quel fuori programma.

Luca e Giulia si chiesero se fosse il caso di far pagare un biglietto per quello spettacolo, di sicuro più divertente della solita partita a carte sul marciapiede. Il pubblico non sembrava composto da persone particolarmente abbienti, così optarono per un sorriso e un gesto benedicente. Giusto in tempo, perché il taxi ripartì sgommando.

Ormai però la situazione era surreale. Ad ogni ulteriore richiesta di rassicurazione il tassista rispondeva comunque:

– Ok ok ok … nessun problema, ci siamo quasi.

Anche se aveva l’aria di non crederci più molto nemmeno lui.

Allo scoccare della mezzora Giulia adocchiò una fila di taxi in attesa e disse imperiosa:

– Basta: ferma ‘sta macchina!

Il tassista, riluttante, accostò. Fermò il tassametro e le disse in tono lamentoso:

– Scusa, ma sono vecchio: non ci vedo bene.

– Come: adesso non ci vedi bene …? Ma stai scherzando?

– No. Anzi: non vedo proprio niente. Sono quasi cieco.

– … ma come fai a guidare, se non ci vedi??!!

– Ok ok ok … nessun problema: ti faccio uno sconto sul prezzo della corsa …

Senza ribattere né tanto meno pagare i venti renminbi scontati che l’autista le stava proponendo, Giulia scese dal taxi, seguita a ruota da Luca. Con la coda dell’occhio fecero appena in tempo a vedere che la volpe aveva preso posto accanto al tassista: nelle sue condizioni gli avrebbe certo fatto comodo un buon navigatore.

 

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4 risposte a Nema problema

  1. Frog With a Lisp ha detto:

    Molto piacevole, invece.

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