Lasciate che i bambini …

Ovvero: non si era d’accordo che dovevano mangiarli?

 

E giunse domenica mattina.

Per fortuna in Cina i supermercati sono aperti dalle otto del mattino fino alle dieci di sera sette giorni su sette, così Paolo riuscì a trovare un po’ di tempo, per fare la spesa nel suo unico giorno libero.

Chiuse la porta di casa e premette il pulsante per chiamare l’ascensore. Lento come al solito, l’ascensore superò il suo piano e si fermò a quello di sopra. I minuti passavano, ma dell’ascensore nessuna traccia. Dopo un’attesa interminabile, le porte dell’ascensore si aprirono, rivelando allo sguardo di Paolo la simpatica famigliola del piano di sopra. Al completo.

Il padre si fissava serio serio la lunga unghia del mignolo, forse presagendo le spese che avrebbe dovuto sostenere quella mattina.

La moglie era già immersa in una fondamentale conversazione telefonica, condotta a volumi da comizio di piazza. Con la mano libera stava eliminando con precisione chirurgica i residui della colazione rimasti tra i molari.

La nonna, piccola e dolcemente curva nella sua casacca fiorata, stava sgranocchiando dei semi di girasole, pescandoli da un sacchettino. Quando finiva di rosicchiare il contenuto, sputacchiava la buccia sul pavimento dell’ascensore.

Il figlio maggiore, di circa sette o otto anni, si appoggiava fiero alla sua bicicletta nuova, mentre con l’altra mano reggeva un cartoccio di latte aromatizzato alla fragola e rinforzato con melamina. Suggeva il poco liquido rimasto con voluttà e suoni da cascate del Niagara in rapido avvicinamento.

Il fratellino, entusiasta per l’uscita di gruppo con tutto il parentado, doveva aver deciso che l’ascensore era il posto ideale, per esercitarsi a tenere il ritmo pestando i piedi.

Paolo provò a entrare, ma il giovane percussionista si trovava proprio all’ingresso dell’ascensore. Si muoveva in rapidi cerchi concentrici, continuando a seguire una muta melodia.

Paolo allargò le braccia e sorridendo cercò collaborazione nello sguardo dei genitori. Niente da fare. La madre continuava a urlare, ridacchiando al cellulare, mentre adesso il padre, finita la check list dell’unghia del mignolo, la stava usando, per esplorare cavità ancora sconosciute della propria narice destra.

Provò allora a mettere un piede nell’ascensore, ma fu subito centrato da un fulmineo e doloroso pestone. Il bimbo non aveva solo senso del ritmo, ma anche un’ottima mira.

Forse Paolo si era imbattuto nei primi cinesi che capissero un po’ di italiano, perché al suo

– Ehi! Ma che cazzo…

La madre spense il cellulare, gettò lo stuzzicadenti e abbracciò amorevolmente il figlio, tirandolo indietro con dolcezza. Nessuna traccia di rimprovero.

Furente contro lo straniero che lo aveva costretto a interrompere la sua esercitazione ritmica, il bimbo gli lanciò uno sguardo significativo: era chiaro che ormai lo riteneva responsabile in prima persona dello stupro di Nanchino. E non gliel’avrebbe mai perdonato.

Paolo entrò nell’ascensore che cominciò la discesa, scricchiolando.

Il fratello maggiore smise di emettere i risucchi. Gettò il cartoccio vuoto del latte per terra e disse sorridendo al fratellino

– Waiguoren bendan

Paolo non pensava certo di doversi attendere delle scuse o chissà quali cerimonie, ma sinceramente sentirsi anche dare dello straniero coglione un po’ gli dispiaceva. Era contrario alle punizioni corporali, che riteneva inutili, ma si sarebbe aspettato che i genitori redarguissero il figlio dicendogli, più o meno:

Carne della nostra carne. Futuro bastone della nostra vecchiaia. Le parole che hai appena pronunciato vanno contro tutto ciò che il nostro attento impianto pedagogico ha cercato giorno dopo giorno di instillarti in questi sette o otto anni. Come sai, viviamo ormai in una società globalizzata e gli stranieri sono sempre più numerosi in mezzo a noi. Così come sempre più cinesi vivono in paesi lontani: ti ricordi le belle cartoline che ci manda lo zio Chen con la foto della Torre di Pisa, così che riusciamo a costruirne una qui uguale uguale ma in polistirolo e dritta come ci ha commissionato il nuovo centro commerciale? Ecco: ti piacerebbe che allo zio Chen qualcuno dicesse “Coglione di un cinese”? Non penso ti piacerebbe, vero? Saresti triste e penseresti con malinconia al povero zio Chen che deve sopportare anche queste offese, oltre alla fatica di vivere in un Paese lontano. Adesso, chiedi scusa al signore e dimostra così di essere anche tu un piccolo cittadino di questo grande mondo sempre più vicino. Lui ti risponderà sorridendo che non c’è motivo di chiedere scusa e che sa che si tratta di un equivoco causato dalla tua giovane e impulsiva età. Magari ti offrirà un gelato e – chissà – diventeremo tutti buoni amici, contribuendo a costruire un mondo senza barriere o differenze etniche.

Questo è ciò che Paolo si aspettava. Invece la madre riprese la conversazione urlata al telefono, mentre il padre ora osservava con un po’ di preoccupazione il grigetto rimasto appiccicato all’unghia, temendo forse di essersi avvicinato troppo alla corteccia cerebrale.

L’ascensore arrivò al piano terra. La nonna, finiti i semi di girasole, gettò anche il sacchetto ormai vuoto all’interno dell’ascensore.

Paolo provò a uscire, ma andò a sbattere nelle persone che ritenevano opportuno salire in ascensore, prima che la gente fosse scesa. Stava per dire qualcosa, quando sentì le ruote della bicicletta passargli sul piede.

 

Pagò la corsa e scese dal taxi. Si incamminò verso l’entrata del supermercato. Dovette scartare a destra, per evitare un bambino a cui la madre aveva deciso all’improvviso di far fare la cacca lì in mezzo al marciapiede.

Entrò nel supermercato.

Paolo pensò che doveva essere in corso qualche offerta speciale, in vista dell’ormai prossimo Santo Natale. A occhio e croce metà dell’intera popolazione cinese era accorsa e si affollava tra gli scaffali. Quasi tutti erano sprovvisti di carrello e camminavano lenti, occhieggiando pigri i prodotti. Paolo si chiese se in realtà non fossero venuti a fare una passeggiata in un ambiente climatizzato per sfuggire per un poco all’inquinamento esterno.

Intere famiglie ciondolavano tra le corsie, commentando a voce alta i prezzi delle diverse marche di olio per friggere. Gruppi di amici russavano, cullati dal dolce movimento delle poltrone massaggiatrici, mentre altri seguivano con attenzione i film trasmessi al massimo volume sui televisori esposti in vendita. Bambini correvano di qua e di là, urtando carrelli e persone. Vecchietti si facevano riprendere in posa davanti alle fila di alberi di Natale artificiali agghindati con semplicità. L’inserviente faceva appena in tempo a consegnare loro la foto, che già altri clienti chiedevano di essere immortalati. Capannelli si formavano festosi là dove venivano offerti assaggi gratuiti di questo o quello stuzzichino fritto. Inevitabilmente le cartacce e gli stuzzicadenti si accumulavano per terra e si impigliavano nelle ruote dei carrelli.

Zigzagando tra persone che all’improvviso si fermavano pensose oppure cambiavano direzione, Paolo cominciò la raccolta di quello che aveva in lista. Con puntualità svizzera, proprio quando stava per prendere un prodotto dallo scaffale, qualcuno lo urtava passandogli davanti. I bambini, in perenne movimento, a volte parevano dotati di uno speciale radar, perché riuscivano a centrare senza errore i suoi piedi. Quelli col radar difettoso, più sfortunati, interrompevano la propria corsa, spalmandosi sulle sue gambe e guardandolo sorpresi per l’aver sperimentato la recente legge dell’impenetrabilità dei corpi.

All’improvviso, a metà di un corridoio, Paolo si illuminò ed ebbe la netta sensazione di aver fatto una scoperta importantissima: la tecnica corretta, per spingere il carrello nei supermercati cinesi, era di farlo guardando rigorosamente alle proprie spalle. Almeno, questo era il metodo più usato dai clienti indigeni. Ne sarebbero scaturiti urti con altri carrelli o persone, certo, ma forse tutto ciò era voluto: la versione locale dell’autoscontro, solo gratis e senza fili.

Tra un urto e l’altro, un halò e un sory, Paolo giunse alla fine della sua spesa. Ora si stava aggirando tra gli scaffali dei prodotti di importazione, alla ricerca di un po’ di pasta e di qualche sugo già pronto. Era l’ultima cosa che aveva in lista.

Mentre camminava, vide un bidone della spazzatura posto all’incrocio dei corridoi tra gli scaffali e ci si diresse, per gettare il foglio di carta appallottolato, che ormai non serviva più.

Col carrello affiancò un signore con in braccio un bel bambino, dall’età apparente di circa due anni. Tenendolo sospeso per le ascelle, il padre lo avvicinò pericolosamente al bidone. Quasi lo infilò dentro facendolo oscillare, come se stesse prendendo le misure. Paolo si fermò e osservò serio, incerto se intervenire oppure chiamare qualche inserviente.

– Non avrà per caso intenzione di gettarlo dentro, vero? – Pensò – Oh mio Dio: non si tratterà mica della versione cinese dell’abbandono nel cassonetto che andava di moda in Italia qualche anno fa?

– No – si disse – ragiona: è impossibile. C’è troppa gente intorno e poi non si tratta mica di un neonato.

Paolo guardò un po’ meglio e vide che il bimbo, come sempre, era senza mutande e aveva i pantaloncini aperti sotto il cavallo. Il padre ora lo teneva sospeso immobile proprio sopra il bidone. Il bimbo si concentrò. Cominciò a fare pipì, centrando esattamente il bersaglio. Ottima mira. Paolo tirò un sospiro di sollievo e rimise in tasca la cartaccia.

Riprese il suo peregrinare nel dedalo del supermercato. Soprappensiero, raggiunse il reparto frutta. Subito si allontanò per evitare la zaffata di metano del durian.

Individuò il reparto con i prodotti occidentali.

Davanti a uno scaffale c’era una giovane mamma che teneva la figlia sospesa da terra per le gambe, lasciando che le spalle della bimba si appoggiassero alle sue ginocchia. Questa volta lo spettacolo era inequivocabile e Paolo non si meravigliò, quando lo zampillo della pipì rimbalzò argentino sul pavimento del supermercato.

Mamma e figlia si trovavano proprio davanti allo scaffale della pasta e dei sughi già pronti. Peccato: anche quella sera ci sarebbe stata pizza a domicilio.

Visto che ormai aveva rinunciato alla pasta al sugo, Paolo si rassegnò a recarsi alle casse e si mise religiosamente in coda. Davanti a lui un signore con il figlio in braccio stava aspettando il suo turno. Il bimbo, al solito in continuo movimento, sgranocchiava felice una zampa di gallina. Chissà se all’interno avrebbe trovato una sorpresa da montare come negli ovetti Kinder.

Nel frattempo, veloci come gabbiani, altri bambini avevano circondato il carrello di Paolo e osservavano con attenzione il contenuto. Uno si appoggiò al bordo, si arrampicò e infilò la testolina per meglio decifrare i prodotti che lo straniero stava per acquistare. I genitori, in coda poco lontano, guardavano ma non dicevano niente.

Paolo sorrise alla creatura e con le mani fece cenno di scendere almeno dal carrello. Il bambino lo guardò poco convinto e si tuffò di nuovo nell’esame scrupoloso della mercanzia. I genitori stavano parlando tra loro. Probabilmente commentavano il prezzo delle zampe di gallina oramai arrivato alle stelle mentre le sorprese erano sempre meno divertenti.

Di nuovo, ma stavolta senza sorridere, Paolo cercò di far capire al bambino che gli sarebbe piaciuto che i suoi acquisti restassero un piccolo e innocente segreto tra sé e sé. Il bimbo lo ignorò e commentò con gli altri ciò che andava scoprendo dei gusti alimentari di questi stranieri brontoloni.

Allora Paolo afferrò il bimbo per le orecchie. Lo tirò con vigore verso l’alto, staccandolo dal carrello. Tenendolo per la testa, cominciò a farlo roteare nell’aria in cerchi sempre più veloci. Il bimbo urlava, mentre i suoi genitori finalmente accorrevano, per cercare di strapparlo dalle mani dello straniero. Ma la sua presa era ferrea e non lo lasciò andare. Ora le rotazioni erano vertiginose. Intorno a Paolo era tutto un gridare concitato di gente che gli metteva le mani addosso, lo spingeva, lo tirava, lo graffiava. Qualcuno doveva anche aver chiamato la polizia. Paolo vide le uniformi in lontananza, ma non mollò.

All’improvviso la testa del bimbo cedette e si staccò dal resto del corpo. Un getto di sangue bagnò lui e il pavimento. Paolo smise di far roteare le braccia. Le persone che gli avevano messo le mani addosso erano paralizzate dall’orrore. Calmo e sempre con la testa del bambino tra le mani – strano, avrebbe pensato fosse più pesante -, si divincolò e si girò verso i genitori. Era zuppo di sangue. La folla ammutolita si aprì come il Mar Rosso, lasciandoli faccia a faccia. Con gesto solenne Paolo gli porse la testa del loro unico figlio. Calmo e professionale, gli consigliò di provare adesso a insegnargli un po’ di elementare educazione. La madre piangeva disperata, mentre il padre osservava inebetito la testa gocciolante che stava stringendo tra le mani. Paolo stava per aggiungere qualcos’altro, ma

─ Buongiorno. Ha la VIP card?.

La cassiera lo risvegliò dal sogno ad occhi aperti in cui era immerso. Distratto, fece per prendere il primo articolo dal carrello, ma trovò il bambino. La cassiera avrebbe dovuto digitare il prezzo a mano, visto che sicuramente mancava di codice a barre.

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