Ritorno al futuro

[Premessa: scrissi questo racconto nel 2008, fresco fresco di visione delle fantastiche Olimpiadi di Pechino. A me piace ancora, ma sono di parte … ]

 

Ovvero: le Olimpiadi degli Idraulici Sorridenti.

 

Francesco entrò in casa esausto e si buttò subito a letto.

La testa gli pulsava. I vestiti puzzavano di fumo e di fritto.

Quella sera, alle ore otto e otto minuti dell’ottavo giorno dell’ottavo mese del duemilaeotto, era cominciata la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Pechino.

Lui l’aveva trascorsa in un bar, affollato fin dal pomeriggio. Di solito il tipo di pietanze servite e, soprattutto, il loro prezzo tenevano a distanza i clienti cinesi. Ma l’occasione unica di quella serata speciale pareva aver fatto rompere gli indugi a un gran numero di locali. Probabilmente gli aveva fatto rompere anche il porcellino salvadanaio.

Tra un panino e qualche birra, seduto a un tavolo ma stretto tra la folla eccitata, Francesco aveva visto su schermo gigante il magico spettacolo e la parata di tutta l’interminabile lista di nazioni partecipanti.

Dopo i primi infruttuosi tentativi di decifrare il misterioso ordine con cui le delegazioni si susseguivano sul megaschermo del locale – alfabetico? Cromatico? A seconda della lunghezza dei capelli del capo squadra? Per numero di abitanti? Per continente? Per segno zodiacale? Per data di nascita della cugina del fratello del Primo Ministro? -, si era rassegnato. Avrebbe poi appreso da un vicino di tavolo che gli organizzatori non si erano affidati al lancio dei dadi e che l’ordine rigoroso era per numero di tratti del primo carattere del nome cinese del Paese. Scemo lui a non saperlo.

L’aria di festa per l’irripetibile evento aveva reso tutti più socievoli. Se non proprio fratelli, pareva che gli avventori fossero tutti amici riunitisi quella sera per gioire insieme. Distanze politiche e geografiche vennero cancellate dalla spontaneità delle prime note della splendida canzone cantata in splendido playback da una splendida bambina che aveva una voce orrenda. Per fortuna una minuscola bimba brutterella ma con la voce di Aretha Franklin si era prestata di buon grado a effettuare la registrazione.

L’atmosfera magica aveva contagiato la folla come un benevolo virus influenzale. Sorrisi spontanei vennero scambiati da etnie diverse da un tavolo all’altro e tutti si sentirono più buoni.

Ci furono scambi di cortesie e attenzioni: Francesco ebbe l’accortezza di non inveire verso il gruppo di cinesi che, invece di sedersi, se ne stava in piedi a un metro dallo schermo ostruendo la visuale a mezzo locale; e loro furono così sensibili da non farlo sentire in colpa per averli obbligati a sedersi. E se ne stettero lì in piedi per tutta la serata.

Francesco fin da bambino si era sempre appassionato alla geografia. Ancora adesso andava fiero della sua capacità di riconoscere gran parte delle bandiere dei Paesi del mondo. A dire la verità il suo tallone d’Achille era la bandiera delle Seychelles, ma non l’aveva mai confessato a nessuno. Così si prestò di buon grado ad aiutare i vicini di tavolo cinesi, interdetti di fronte a quella serie interminabile di rettangoli colorati.

In effetti, a pensarci bene, loro, più che alle bandiere, erano interessati proprio a scoprire dove cavolo si trovasse sul mappamondo il Burkina Faso. Francesco, con un sorriso paziente cercò di fare del suo meglio per aiutarli. E così fu per tutti gli altri minuscoli e sconosciuti staterelli che facevano la loro comparsa sulla pista dello stadio Nido d’uccello: Myanmar, Togo, San Marino, Brasile, Francia, Germania.

Arrivata la richiesta di spiegare dove fosse la Russia, Francesco un po’ si spazientì e provò a chiedere alla cameriera se avesse un Atlante. La gentile ragazza, per niente stupida, gli consegnò, invece, la lista dei beveraggi. Francesco si ordinò un’altra birra e girò le spalle agli amici del National Geographic.

 

Ora, nel letto di casa sua, Francesco continuava a rigirarsi tra le lenzuola, insonne.

Capì ben presto che dormire non sarebbe stato facile: negli occhi aveva ancora le fantastiche immagini dello stadio, le coreografie perfette, i mille colori che infiammavano cuori e menti. Le orecchie risuonavano delle musiche esotiche e degli stentorei e interminabili Zhongguo jiayou![1] degli amici cinesi, commossi e orgogliosi dello spettacolo in quasi diretta televisiva mondiale.

Peccato solo per quegli otto secondi di ritardo delle immagini in tv. Chi insinuava fossero serviti per le censure di rito non solo era prevenuto, ma dimostrava di non sapere niente di tradizioni cinesi, visto che laggiù il numero otto è considerato di buon auspicio. Tutto qua.

 

Ormai sveglio, Francesco si alzò dal letto. Si aprì una birra e accese la televisione.

Sullo schermo passavano ancora le immagini registrate dello spettacolo a cui aveva appena assistito. Viste adesso, sembravano irreali: possibile che fosse stato testimone di tanta bellezza? Il connubio di masse in movimento e di tecnologia raffinatissima aveva partorito l’incredibile meraviglia che scorreva davanti ai suoi occhi.

Le riprese rivelavano particolari che Francesco non aveva colto quando era solo un granello di quella moltitudine eccitata che si stringeva nel bar. Di una sola cosa era sicuro: quello spettacolo avrebbe dato un gran filo da torcere a chi avesse voluto emularlo. Povera Londra 2012.

Quella sera il Secolo Cinese aveva avuto il suo battesimo ufficiale. D’ora in poi nessuno avrebbe più avuto il coraggio di ignorare le sacrosante rivendicazioni del fiero popolo cinese.

Con quello spettacolo la Cina aveva saputo dimostrare al mondo intero la sua grandezza. Aveva presentato alle altre nazioni tutte le conquiste degli ultimi trent’anni, ma le aveva legate con un nodo indissolubile alla sterminata ricchezza della sua tradizione. Aveva cancellato dalla propria e altrui memoria la Guerra dell’oppio, i trattati ineguali, le umiliazioni patite da parte delle potenze occidentali, l’aggressione giapponese. Aveva fatto vedere al vecchio occidente che il millenario Celeste Impero era, in verità, il Nuovo Che Avanza. E che Nuovo! E come avanzava! E che bella quella sfumatura di celeste!

Con quello spettacolo la Cina aveva sostituito, nell’immaginario dei consumatori europei, le automobili che non superavano i crash test e le sigarette di contrabbando riempite di trucioli e pezzi di asfalto con la tecnologia degli effetti visivi, con l’artistica precisione delle coreografie, con l’orgoglio delle melodie senza tempo e con la candida innocenza del bimbo spacciato per superstite del tragico terremoto del Sichuan.

 

Vinto dalla stanchezza e dalla marea di emozioni, Francesco poco alla volta si addormentò lì, sul divano.

Ma nel sonno agitato continuò a pensare alla cerimonia. E in sogno rivide fotogramma per fotogramma tutti i singoli momenti dello spettacolo. Rivide il gioco magico delle comparse che creavano una dopo l’altra onde, oggetti e ideogrammi su un tappeto dai colori cangianti. Rivide il volo dell’ultimo tedoforo che balzava ad accendere la torcia gigantesca. Rivide la festosa esplosione dei fuochi d’artificio. Rivide la moltitudine delle persone che intorno a lui saltavano e urlavano senza fine:

– Zhongguo jiayou!

E, nel sogno, in mezzo a quella moltitudine anonima un volto si fece avanti, poco a poco, sempre più vicino. Zhongguo jiayou! Fino a porsi a pochi centimetri dal naso di Francesco. Zhongguo jiayou! Era l’amico cinese che, al termine della cerimonia, gli aveva gridato, sorridente di orgoglio e commozione:

– I’m glad you enjoyed it: this is the Future, get used to it![2]

La cerimonia di apertura delle Olimpiadi era stato l’inizio di questo Futuro. Seppure con otto secondi di ritardo.

 

L’indomani Francesco si svegliò a mezzogiorno. La dormita sul divano del salotto lo aveva indolenzito. Quel sabato non aveva impegni particolari, così restò a lungo steso, a stiracchiarsi con calma.

Poi, si alzò per andare in bagno a darsi una lavata al viso. Sbadigliando girò il rubinetto. Un getto d’acqua scrosciò a terra e gli bagnò i piedi. Il sifone di latta aveva ceduto. Era il terzo quest’anno.

Soffocando le bestemmie di rito, chiuse il rubinetto. Si asciugò i piedi e tornò in salotto a recuperare il telefono. Compose il numero del Management. Chiese che mandassero qualcuno ad effettuare l’ennesima riparazione. Era tempo che si guadagnassero i trecento renminbi che gli spillavano ogni mese.

Mentre aspettava l’arrivo dell’idraulico Francesco si preparò un caffè. Con il contenuto dell’ultima bottiglietta d’acqua potabile rimasta non riuscì a riempire la caffettiera. Maledì la propria dimenticanza e rabboccò con l’acqua del rubinetto: mica sarebbe morto per quei due centimetri di liquido sospetto, no? Mise la caffettiera sul fuoco. Accese.

La consueta vampata non lo colse di sorpresa: ormai le ciglia gli erano ricresciute da tempo e aveva imparato che i fornelli cinesi andavano gestiti con un po’ di pazienza e una buona maschera da saldatore.

Stava ancora armeggiando con la manopola di regolazione del fuoco – che passava senza mezze misure da Spenta a Fornace di Vetreria di Murano – quando sentì bussare alla porta. Lasciò la caffettiera avvolta dalle fiamme e andò ad aprire.

L’amico Idraulico che gli sorrideva sulla soglia era una vecchia conoscenza. Nei mesi precedenti si era presentato come Elettricista Sorridente e come Imbianchino Sorridente. Come gesto di estrema cortesia per essere più riconoscibile da parte di Francesco, aveva mantenuto in tutte le occasioni lo stesso sorriso, la stessa borsa degli attrezzi, la stessa divisa e gli stessi calzini. Francesco era certo che tra le sue svariate funzioni purtroppo non ci fosse quella di Sarto Sorridente, visto che anche il buco sul calzino in corrispondenza dell’alluce destro era sempre lo stesso.

Gli fece strada fino al bagno.

L’idraulico armeggiò col sifone. Lo staccò dal lavadino. Lo esaminò ben bene con aria professionale. Doveva essersi accorto del foro, perché lanciò un’occhiata a Francesco attraverso di esso. Si grattò la testa pensoso. Quindi svuotò ben bene l’acqua rimasta nel sifone lasciandola gocciolare sul pavimento. Si rialzò. Mise ben bene entrambi i piedi sopra la pozza d’acqua e disse a Francesco che doveva comprare un sifone nuovo.

Francesco, proseguì l’Idraulico Sorridente, non doveva preoccuparsi: c’avrebbe pensato lui a procurare il pezzo.

– E quanto costa, più o meno, un sifone? – Chiese Francesco.

– Esattamente cinquanta renminbi – Rispose pronto l’Idraulico.

Francesco non fece caso al veloce luccichio apparso negli occhi dell’amico cinese e invece pensò:

– Accidenti, che professionalità ‘sti idraulici cinesi. Snocciolano i prezzi a memoria neanche fosse l’Ave Maria.

Prese il portafogli e estrasse cinque banconote da dieci. Prima di consegnarle all’artigiano gli chiese se poteva portargli la ricevuta.

A questa richiesta l’Idraulico perse il sorriso. Brontolò qualcosa, prese i soldi e si incamminò con i calzini fradici verso la porta di casa. Sempre brontolando infilò i piedi nelle scarpe che aveva lasciato all’ingresso e uscì.

Francesco rimase solo. Con rassegnazione stava osservando le liquide impronte nerastre che segnavano il sentiero. Dalla cucina, la caffettiera gli urlò di sbrigarsi a toglierla dal rogo o, almeno, a darle il colpo di grazia.

 

Dopo circa un’oretta sentì bussare. Aprì la porta e si trovò davanti un collega dell’Idraulico Sorridente.

Il Vice-Idraulico Sorridente entrò e si sfilò le scarpe. Rivelò un buco nello stesso calzino del titolare. Francesco capì che il passaggio di consegne includeva anche la divisa.

Sicuro di sé il nuovo arrivato partì come una freccia in direzione del bagno. Francesco lo raggiunse e lo trovò accoccolato per terra. Aveva già raccolto il sifone rotto. Lo stava esaminando ben bene con aria professionale. Si accorse subito del foro, perché lanciò un’occhiata a Francesco attraverso di esso. Si grattò la testa pensoso. Quindi provò a svuotare sul pavimento l’acqua rimasta nel sifone. Rimase un po’ stupito che non ne cadesse nemmeno una goccia, ma comprese subito che quella parte della procedura era già stata eseguita dal suo collega.

Soddisfatto, ripose il vecchio sifone a terra e prese quello nuovo dalla scatola.

Armeggiò per qualche minuto con del nastro di Teflon. Quindi avvitò il sifone nuovo alla parte inferiore del lavandino e incastrò alla bell’e meglio l’altra estremità nel muro.

Parve convinto della bontà del suo lavoro, perché si alzò, mise ben bene entrambi i piedi sopra la pozza d’acqua e aprì il rubinetto. Nemmeno una goccia cadde ad aggiungersi alla pozza sul pavimento: il sifone funzionava.

Il Vice-Idraulico Sorridente si asciugò le mani nere con l’accappatoio bianco di Francesco appeso a un gancio del muro. Si infilò una mano in tasca e estrasse un foglietto: era la ricevuta.

Soffocando una bestemmia per l’accappatoio personalizzato con le impronte dell’artigiano, Francesco esaminò il documento. Perplesso, fece notare al Vice-Idraulico Sorridente che l’importo di cento renminbi era sbagliato. Il sifone era costato cinquanta, no? E anche il nome gli sembrava un po’ sospetto: come mai era cancellato col bianchetto? E perché la data era stata corretta a mano? Insomma, non era possibile avere una ricevuta corretta?

L’artigiano sorrise paziente e spiegò all’ingenuo straniero che si trattava di una cortesia nei suoi confronti: magari gli avrebbe fatto comodo una ricevuta per una cifra più alta. E per quanto riguardava gli altri dettagli, non c’era da preoccuparsi: gli dava la sua parola che il documento era autentico. Insomma: non si fidava forse di un onesto lavoratore?

Francesco cominciava ad avere sempre più difficoltà a stare calmo, il Vice-Idraulico stava perdendo via via il sorriso e la conversazione si avviava pericolosamente su una china sgradevole. Così Francesco decise di darci un taglio e disse:

– Facciamo cosi: io ti ridò il sifone e tu mi restituisci i soldi.

Il Vice-Idraulico riacquistò il sorriso e si disse d’accordo. Tuttavia il gentile straniero avrebbe dovuto attendere che andasse a procurarsi i cinquanta renminbi, visto che al momento ne era sprovvisto.

Raccolse la sua borsa e si incamminò con i calzini fradici verso la porta di casa. Sempre sorridendo infilò i piedi nelle scarpe che aveva lasciato all’ingresso e uscì.

 

Verso sera Francesco senti bussare alla porta. Andò ad aprire e con sua scarsa sorpresa si trovò davanti un Vice-Vice-Idraulico Sorridente. Il sostituto del sostituto si sfilò le scarpe. Il solito buco sul calzino rivelò che la divisa era passata al suo terzo proprietario.

Il Vice-Vice-Idraulico Sorridente si fece accompagnare in bagno da Francesco. Si sedette per terra. Armeggiò col sifone nuovo installato quel mattino dal collega. Lo staccò dal lavandino. Lo esaminò ben bene con aria professionale. Parve soddisfatto che non ci fosse alcun foro. Si grattò la testa pensoso. Quindi svuotò ben bene l’acqua rimasta nel sifone lasciandola gocciolare sul pavimento.

Ripose il sifone nuovo nella scatola originale. La chiuse e si rialzò. Mise ben bene entrambi i piedi sopra la pozza d’acqua e porse a Francesco una banconota da cinquanta renminbi tutta stropicciata.

La banconota diede a Francesco l’effimera soddisfazione di aver marcato un punto: per una volta, gliel’aveva fatta vedere a quei furbacchioni che pensavano di farla sempre franca con gli occidentali!

Intascò la somma che gli veniva restituita e sorrise. Ma quel sorriso sarebbe durato poco. Per la precisione, fino al mattino dopo. Quando quei cinquanta renminbi si sarebbero rivelati, oltre che stropicciati, palesemente falsi.

 

Ma, tutto questo, Francesco ancora non lo sapeva.

Perciò, celando con difficoltà l’orgoglio per la grande impresa, accompagnò l’idraulico alla porta. Fece girare la chiave nella serratura e l’aprì.

Il Vice-Vice-Idraulico Sorridente infilò i piedi zuppi nelle scarpe che aveva lasciato all’ingresso. Raccolse da terra la borsa degli attrezzi.

Poi si girò verso Francesco. Lo guardò negli occhi. Le labbra si muovevano appena. Sembrava stesse cercando delle parole nascoste chissà dove nella sua memoria.

Infine, dovette averle trovate. Perché sfoderò il suo miglior sorriso e disse a Francesco in un inglese dalla pronuncia zoppicante ma comprensibile:

– I’m glad you enjoyed it: this is the Future, get used to it!

 

[1] Forza Cina!

[2] Sono lieto che ti sia piaciuto: questo è il Futuro, vedi di abituartici!

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