Paura di volare

Ovvero: pullman con le ali

 

E arrivò anche la festa del primo maggio. Giulio aveva una settimana tutta per sé.

Era tanto che progettava di effettuare un bel viaggio: sette giorni alla scoperta di cosa avesse da offrirgli la grande Cina oltre il lavoro e l’ufficio. Eccitato, finì di riempire lo zaino. Uscì di casa, chiamò un taxi e si diresse all’aeroporto.

Pagata la corsa, entrò nell’aerostazione. Quindi individuò il suo volo e si mise diligente in coda per il check in. Davanti a lui c’erano solo tre persone. Stranamente, ci stavano impiegando un sacco di tempo. Ma Giulio aveva altre cose a cui pensare: una settimana di vacanza in giro per la Cina Millenaria!

La prima persona finì le pratiche. Giulio vide che si allontanava con una borsata di documenti e carte d’imbarco. Check in di gruppo.

– Ma non dovrebbe esserci un banco apposito? – Si chiese Giulio

C’era, ma era già pieno, quindi, con scaltrezza, preferivano fare prima andando ai banchi normali.

– Pazienza – si disse Giulio – ricordati: una settimana di vacanza in giro per il Celeste Impero!

Mentre aspettava, osservò le procedure dei suoi compagni di viaggio indigeni. Nessuno imbarcava le valigie, ma quasi tutti avevano voluminosi scatoloni di cartone, oppure trolley monumentali.

Arrivò anche il suo turno. Salutò l’addetto. Gli porse documenti e biglietti e invitò gentilmente l’uomo che stava dietro di lui in coda, a togliere il gomito dal bancone e a lasciargli un po’ di privacy. Stupito, l’uomo indietreggiò fino alla linea gialla. Appena tornò a parlare con l’addetto del check in, Giulio notò con la coda dell’occhio che l’uomo era già avanzato di qualche passo e ora occhieggiava sopra le sue spalle. Si girò di scatto e i loro nasi si trovarono a pochi centimetri di distanza. Ripetè l’invito a indietreggiare e l’uomo ubbidì a malincuore. Giulio finse di tornare a rivolgere la propria attenzione all’esito delle sue pratiche e, invece, si voltò quasi immediatamente. Questa volta sorprese l’uomo a metà strada, ancora in movimento. Secondo le regole, gli disse:

– Ah! Ti ho visto: sei fuori!

L’uomo lo guardò dubbioso e indietreggiò poco convinto.

Giulio aveva vinto.

Ritirò la carta d’imbarco che gli era stata preparata. Nel frattempo non scordò di annotarsi mentalmente che la diffusione della versione commerciale di Un due tre stella!, in un paese vergine e popoloso come la Cina, poteva essere il business della vita.

 

Raggiunse il gate, presentò la carta d’imbarco e prese posto sul pulmino che doveva condurli fino all’aereo.

Gli altri passeggeri con tutta probabilità dovevano aver avuto informazione segreta e riservata che il tragitto in pulmino sarebbe stato molto, molto lungo. Quasi tutti si erano portati la merenda e ora stavano sgranocchiando contenti: chi masticava manciate di arachidi, chi sputacchiava bucce di semi di zucca, chi beveva un’aranciata o un tè caldo. Il pulmino doveva essere in giro già da molte ore, visto che il pavimento era un tappeto di cartacce, bucce di mandarino e cartocci di latte aromatizzato alla menta e rinforzato con melamina. Giulio controllò la carta d’imbarco, in preda al sincero dubbio che la sua debole conoscenza della lingua cinese gli avesse fatto acquistare un biglietto di pullman.

Dopo cinque minuti di corsa arrivarono all’aereo.

Gulio salì la scaletta. Ricevette l’halò di benvenuto della hostess. Trovò il suo posto. Mise al sicuro lo zaino e si sedette. Allacciò la cintura e alzò lo sguardo avanti a sé. Aveva tutto il tempo per osservare i suoi compagni di viaggio mentre entravano e a loro volta cercavano di identificare il proprio posto.

Il primo entrò, mangiando golosamente un gelato. Si guardò intorno meditabondo. Poi decise di aver trovato il suo posto, piazzò il suo trolley gigante nel vano bagagli e si sedette.

Una famigliola entrò alla spicciolata. Il capofamiglia urlò ai figlioletti di fermarsi, visto che di slancio avevano già raggiunto la fine dell’aereo e rischiavano di uscire dalla porta posteriore, se aperta. Aveva lui in mano le carte d’imbarco dei familiari e decise che si sarebbero seduti tutti in posti vicini al centro dell’aereo. Ne scaturì un’allegra schermaglia tra i bimbi, che non erano contenti dei posti assegnati loro. Saltavano dall’uno all’altro, possibilmente in concomitanza con il passaggio di qualche passeggero, per meglio ostacolarlo.

Una coppia entrò con due grosse scatole di cartone. Una conteneva della frutta. Lui cercò di farla stare in un vano bagagli, che era già mezzo pieno, spingendo e pigiando. Giulio sorrise. Poi divenne serio e osservò attento, perché qualcosa gli sembrava familiare. Capì che lo zaino che stava venendo schiacciato senza ritegno era proprio il suo. Si alzò e si offrì di aiutare il compagno di viaggio cinese. Scambiò di posto zaino e scatolone. Premette e spinse. Ora ci stava tutto. Confidò che il compagno di viaggo avrebbe apprezzato un buon frullato.

Adesso erano saliti praticamente tutti. Ma qualcosa non tornava: o erano state distribuite carte d’imbarco con lo stesso numero di posto, oppure quasi tutti si erano seduti su posti a caso. Cominciò un allegro balletto di scambi, contrattazioni amichevoli e ricongiungimenti familiari. Pareva che un destino ilare e giulivo avesse riunito sullo stesso aereo amici e parenti che non si vedevano da vent’anni: chi si salutava da un capo all’altro del velivolo; chi chiedeva di poter trascorrere qualche ora seduto accanto al vecchio zio; chi, non trovando più la moglie che era già in coda alla toilette, cercava di far alzare dal posto della sua dolce metà una matrona che si era subito sfilata le scarpe. Quest’ultima aveva già cominciato a curarsi le dita dei piedi, incurante del marito che le urlava di tornare al suo posto corretto. In tutto questo, i bambini approfittavano della situazione di anarchia per sfidarsi in gare di salto in lungo nel corridoio. Le distanze raggiunte non erano granchè, ma Giulio notò con ammirazione che la mira perfetta permetteva loro di centrare sempre i piedi di qualche passeggero.

Dopo circa mezzora, parve che un po’ tutti fossero soddisfatti dell’esito delle contrattazioni. Il mercato rionale chiuse i battenti e ci fu maggiore calma.

Molti cominciaroro a tirar giù il tavolinetto e ad abbassare lo schienale del sedile, per stare più comodi. Quasi tutti erano senza scarpe e ne approfittavano per massaggiarsi i piedi stanchi o per appoggiarli sul poggiatesta del sedile di fronte.

Ma questo momento di relativa calma non durò a lungo. Ora i passeggeri già seduti sbuffavano per il caldo. Molti avevano messo mano alle ventole dell’aria e giravano e toccavano e giravano e tiravano e giravano e spingevano e giravano ancora, sperando di aumentare il getto. Qualcuno si passava preoccupato un fazzoletto sulla fronte lucida. C’era anche chi ne aveva approfittato, per infilarsi due falangi nella narice sinistra, forse alla ricerca del pulsante nascosto dell’aria condizionata. Un signore seduto davanti a Giulio chiamò la hostess. Furente, le fece notare che il suo finestrino doveva certo essere rotto, dal momento che non riusciva ad aprirlo.

Giulio si disse di stare calmo, perché stava cominciando una settimana di vacanza in giro per la Terra degli Uomini Profumati.

La colonna sonora consisteva di conversazioni ad alta voce, squilli di telefonino e avvisi di messaggio in arrivo. Giulio per sicurezza aveva già spento il suo, ma sembrava che i suoi compagni di volo fossero tutti dei cardiochirurghi, ai quali il centro trapianti stesse comunicando la disponibilità di un cuore fresco fresco. Solo così era spiegabile il numero di telefonate in corso e il fatto che nessuno accennasse a spegnere l’apparecchio.

L’aereo cominciò a dirigersi verso la pista di decollo. Ma gli squilli e i trilli continuarono. Come se stessero cercando di svuotare l’oceano con un forcone, più le hostess imponevano a qualche passeggero di spegnere il telefono o di raddrizzare il sedile, più suonavano cellulari di altri compagni di viaggio e più persone cercavano di sdraiarsi. A un certo punto le hostess dovettero essersi stufate, o forse era arrivato anche per loro il momento di prendere posto per il decollo, perché smisero di redarguire gli indisciplinati passeggeri. Giulio si ripetè:

– Ma chi se ne frega: una settimana di vacanza in giro per la Terra dei Mandarini!

E si preparò al primo decollo in sedia a sdraio della sua vita.

 

Ritirati gli avanzi del pranzo, una hostess richiamò l’attenzione dei passeggeri. Disse che il volo aveva costretto tutti a stare seduti per lungo tempo: quale migliore occasione, per sgranchirsi un po’, prima di cominciare le manovre per l’atterraggio? Sorridendo, pose le braccia dritte avanti a sé. Fu subito imitata da tutti i passeggeri all’unisono. Tranne Giulio, che si guardò intorno un po’ intimorito. Si chiese se fosse obbligatorio.

Non fece in tempo a darsi una risposta che l’ora di ginnastica ebbe inizio. Grandi e piccini, uomini e donne replicavano alla perfezione i movimenti che la hostess andava facendo: braccia in su, braccia in giù, mani aperte e chiuse a pugno, ruotare i polsi in senso orario e antiorario, ruotare la testa, piegarla a sinistra, piegarla a destra e ancora braccia in avanti. E via di nuovo, con le braccia in alto.

Quando l’hostess arrivò al difficile esercizio, che consisteva nell’inclinare entrambe le braccia verticalmente a destra e poi a sinistra, la baraonda ebbe inizio: chi le metteva a destra e chi a sinistra; chi le sbatteva sulla testa del vicino, che invece continuava a inclinarle in su e in giù avanti a sé; chi le allargava, facendole roteare; e chi restava fermo a beccarsi le botte senza reagire.

Giulio si abbassò e si protesse la testa, mentre di sopra infuriava la Battaglia d’Inghilterra. Per farsi coraggio, ripetè il suo mantra:

– Ricordati: una settimana di vacanza in giro per la Terra di Mezzo!

Una nervosa risata generale fu il segnale che l’ora di ginnastica era terminata e adesso cominciava la ricreazione. Giulio notò con sollievo che le uniche mani ancora in movimento erano quelle di coloro che ne stavano approfittando, per scaccolarsi.

Finalmente l’aereo posò le ruote del carrello al suolo. All’unisono si udì il click generale delle cinture di sicurezza che si slacciavano. Pensando fosse una funzione automatica in dotazione alla flotta cinese, Gulio controllò la sua cintura, che però era saldamente allacciata.

All’improvviso sentì una voce gridare. Alzò lo sguardo e notò che una hostess si stava sbracciando, mentre lanciava ordini con fare infuriato. Il suo sguardo proseguiva oltre il sedile di Giulio. Lui si girò e vide che cinque passeggeri si erano già alzati e stavano aprendo gli sportelli del vano bagagli. L’aereo continuò nella sua folle corsa di decelerazione. L’hostess ripetè l’invito a sedersi, ma i cinque passeggeri non avevano l’aria convinta. Altri tre li imitarono, mentre un bambino colse l’occasione, per gettarsi a salutare il nonno che non vedeva da lungo tempo, seduto qualche sedile più in là. L’hostess dovette alzarsi e correre puntellandosi con difficoltà sui sedili. Raggiunse i passeggeri riottosi e li redarguì. A malincuore si sedettero, anche se in cuor loro maledicevano l’imposizione che li costringeva a perdere tempo prezioso.

Cominciarono a squillare i primi telefonini. Al solito, le voci urlavano la notizia dell’arrivo, quasi l’interlocutore fosse semplicemente qualche metro più in là.

L’aereo rallentò la sua corsa e si diresse verso l’area di sosta assegnata. I passegeri cominciarono ad alzarsi in piedi. Le hostess, disilluse, non provarono nemmeno a fermarli.

Raggiunta l’area di stop, finalmente l’aereo si fermò. Tutti avevano ormai recuperato il bagaglio a mano e cominciavano a spingere insofferenti, forse spinti dall’urgenza di raggiungere al più presto la sala operatoria, dove tutta l’equipe li attendeva con trepidazione, per effettuare il trapianto: possibile che il comandante non capisse che c’erano un malato e un cuore nuovo che aspettavano?

Sceso a terra, Giulio vide che il pulmino, che doveva prelevare i passeggeri e portarli fino all’aerostazione, non c’era ancora. Gli parve strano, ma si rassegnò a un’ulteriore attesa lì sulla pista, dicendosi:

– Coraggio: una settimana di vacanza in giro per la Terra delle Concubine!

I suoi compagni di viaggio però, con evidenti urgenze ben diverse dalla sua semplice vacanza, cominciarono scaltri a incamminarsi nelle direzioni più disparate. Una coppia con bambino si diresse decisa verso la recinzione con l’intenzione di scavalcarla e vagare per i prati. Un signore con maggiore esperienza scorse la mole dell’aerostazione lontana circa un chilometro e decise di raggiungerla correndo. Qualcun altro lo imitò, mentre altri passeggeri, dubbiosi, preferirono andare dalla parte opposta verso altri aerei. Forse avevano una coincidenza urgente.

Nel frattempo, altri velivoli erano atterrati e si muovevano verso le rispettive aree di parcheggio.

Una bambina sussurrò qualcosa all’orecchio della madre e corse a nascondersi dietro le ruote di un aereo, lontano una cinquantina di metri. Il nascondiglio era insufficiente, perché Giulio vide che era accovacciata a fare pipì. Purtroppo se ne accorse anche una hostess, che si precipitò ad acciuffare l’incontinente. La riportò recalcitrante alla madre e in tutta risposta ricevette da quest’ultima una lavata di capo, visto che non aveva permesso alla dolce creatura di espletare i suoi bisogni.

Le hostess avevano ormai il loro bel daffare, nel cercare di acchiappare tutti i fuggitivi. Per uno che recuperavano, altri due partivano in esplorazione. Chi andava a destra, chi a sinistra. Chi – probabilmente degli ingegneri aeronautici – si accucciava sotto la pancia dell’aereo, per meglio esaminare le saldature, oppure si avvicinava alle turbine. I meno esperti ne approfittavano, per rifocillarsi, sgranocchiando i pochi semi di zucca rimasti nel sacchetto, per poi gettarlo a terra. Qualcuno si era già acceso una meritata sigaretta.

Ma alla fine le sfortunate assistenti di volo riuscirono nel loro compito e cominciarono a contare i passeggeri, per vedere se c’erano tutti. Giusto in tempo, perché il pulmino era arrivato e stava aprendo le porte. Rivelando il consueto tappeto di bucce e cartacce.

Mentre veniva brutalmente urtato da chi voleva salire per primo, Giulio si chiese come mai negli aeroporti ci fossero così tanti cani antidroga e nemmeno un cane pastore.

 

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